RECENSIONE: LOW - I COULD LIVE IN HOPE


Certe volte mi viene da piangere quando ascolto musica. Devo dire che poche, pochissime volte mi metto a pensare a qualcosa; ecco, non piango per i ricordi. Non ricamo intrecci tra ciò che ascolto e ciò che nostalgicamente voglio ricordare. I miei brividi non hanno bisogno di forzature, non sono chiamati per nome; nessun appello, no. Spontaneamente, si fanno strada sull’autostrada della mia pelle, sfrecciando a velocità sonica accanto a peli ritti e pori stretti: puntano dritti alla mia testa, vogliono schiavizzarmi per qualche minuto.

Certo, con i Low diventa tutto molto più facile: non ci sono ostacoli (il)logici della mente che possano frenare in alcun modo questa imponente cavalcata sensoriale: le Valchirie mi fanno un baffo. E allora mi capita di alzarmi dal mio letto, andare verso la porta, chiuderla, spegnere la luce e rituffarmi nel letto, lettore mp3 stretto in mano. A questo punto, in questo preciso istante, mi godo il piccolo mondo che ho creato: premere “play” non diventa che l’alba dell’ottavo giorno.

Ora bisogna “solo” descrivere le emozioni (mai parola fu più abusata) che seguono a quel mio sconsiderato-mirabile gesto.

Too many words” servirebbero per parlare, o anche solo avvicinarsi a “Words”, prima traccia dell’album, ma questo è uno sporco lavoro e qualcuno deve pur farlo. Ebbene, le nostre orecchie vengono subito baciate da profondissime linee di basso, ammaliante nella sua triste sacralità. Poi chitarra e batteria: disegnano un cerchio immaginario nel vuoto: la melodia che si rincorre: gli accordi che si susseguono, che s’inseguono, che si ripetono in loop come un rituale mistico. Infine la voce di lui, Alan Sparhawk, che sfonda per sempre le barriere del nostro io. Una litania, la sua, che sarebbe in grado d’ipnotizzarci per giorni e giorni e mesi e anni, se non durasse solo sei minuti; ha anche la straordinaria capacità di portarci indietro di tre anni, nel 1991, a quello Slintiano Spiderland” che ha fatto la storia della musica slow-core.

Perché di questo genere stiamo parlando gente, di quel magnifico ramo dell’alternative-rock da sempre considerato di nicchia, elitario, isolato e isolante: da camera, e solo da camera, per l’appunto. Un genere che ha fatto del minimalismo e dell’introspezione strumentale i suoi punti di forza. Anzi, di debolezza: i ritmi sono stanchi, trascinati, quasi addormentati. Non è la roccia, dunque, non è semplice rock; piuttosto, si può rintracciare qualche contaminazione post-rock di matrice Bark Psychosiana e Codeiniana d’altronde sono tutti figli degli anni ’90…

Ma torniamo ai Low. Che nome il loro! Semplice, veloce, preciso. Un nome può dire tanto, ricordatevelo.

Eravamo arrivati a “Fear”, breve ma intensa sovrapposizione di due voci, quella di Sparhawk e della Parker, cupa, cupissima nel testo. Ecco, altra costante dei Low: i testi: concisi, taglienti, secchi, violenti, decisi, sensoriali; non seguono un filo logico o una storiella, descrivono sensazioni, gesti, paure, attimi, istantanee del linguaggio tattile; parlano di arrendevolezza, apatia, amicizia, di sentieri incompiuti, di errori fatti. Il tutto pervaso, imbevuto d’una vampata di malinconia alcolica, calda, calda, calda, caldissima.

A man in a box wants to burn my soul…” [Words], quant’è vero.

Cut” è del tutto simile a “Words”: questa volta è la chitarra a scandire per prima il grado di desolazione del brano; la voce di Sparhawk si fa qui più profonda, mentre tutto intorno si crea un’aura di amarezza sotto le sonorità liturgiche di basso e batteria. Sul finale il ritmo si fa leggermente più acceso e incalzante, quasi fosse l’ultima danza abbagliante di una candela prima del suo naturale spegnimento: un compleanno proprio da evitare.

Che dire poi di “Slide”, intimo capolavoro vocale di Mimi Parker. Una ninnananna strumentale (chitarra e batteria) apre il sipario del dramma: ed è già tragedia… La voce è carnale, materna, cullante. Verrebbe quasi da custodirla come un oggetto prezioso, un carillon di pregevolissima fattura, ricamato sul ritornello dagli echi lontani di Sparhawk. Ascoltando la Parker, torna alla mente quella maga circe della Elizabeth Fraser (Cocteau Twins), cosi assurdamente metafisica, eterea e reale al tempo stesso.

Più avanti, “Lazy”, apre un lamento funebre. La Sarah del brano è pigra. Pigra, stanca, rallentata, tediata: un’annoiata creatura leopardiana narcisista del proprio essere, chiusa in un mondo che non vuole altro che iniziare e finire con lei. E noi? Come ci emozioniamo? Pensiamo a Joyce e alla sua “gente di Dublino”: in “Araby”, uno dei racconti dello scrittore irlandese, trova spazio una metafora di struggente bellezza e incredibile veridicità: siamo ragazzi innamorati della musica (in realtà di una ragazza ma astraiamo pure il concetto); il nostro corpo è un’arpa; i nostri sentimenti le corde dell’arpa; bene, la musica, la ragazza, i Low sono i suonatori di quell’arpa, i musicisti della nostra carne.

Lullaby” è una lunga ballata dal profilo sognante in cui la Parker diventa la nostra personalissima Morfe(a). Si perdono i confini di tempo e spazio, siamo immersi in un oceano di nero. Ci lasciamo trascinare dalla corrente, distesi come morti su un letto infinito di liquido amniotico: morti prima ancora di nascere. Ma ecco che le chitarre aumentano di ritmo, s’intrecciano fino a creare arabeschi sospesi nel vuoto: ci aggrappiamo a questi grovigli sinfonici e finalmente riusciamo a tornare nel mondo reale. I papaveri di Morfeo appassiscono lentamente…

Superata l’impalpabile (per meriti e difetti) “Sea”, veniamo risucchiati nel vortice di “Down”, abulica melodia che è al contempo dolore e medicina dei nostri mali. Qualcuno ha detto “Medicine Bottle” dei Red House Painters? Si signori, si. Sempre più giù, sempre più in alto.

Iniziamo a intravedere i confini di questo buco nero: le vibrazioni di “Drag” e “Rope” si accavallano senza alcun particolare degno di nota. Non che sia un male eh, il nostro cuore ha già sofferto abbastanza!

Eccoci arrivati all’ultima perla, “Sunshine”, taumaturgico rifacimento della celeberrima “You Are My Sunshine” di Jimmy Davis e Charles Mitchell, datata 1940. Quei raggi di sole ci guariscono definitivamente.

Come un cavaliere medioevale riusciamo a sopravvivere alla battaglia riportando però ferite su ferite. Si dice che le cicatrici fortifichino il corpo e temprino l’animo. Io non credo; credo piuttosto che i tagli e gli squarci subìti ci rendano, invece, sempre più prigionieri di quella torre alta e scura che è la dimora metafisica e realissima dei Low.

In questo caso, i draghi possono anche attendere…


Tracklist:

  • Words
  • Fear
  • Cut
  • Slide
  • Lazy
  • Lullaby
  • Sea
  • Down
  • Drag
  • Rope
  • Sunshine





Discografia:
  • I Could Live in Hope (1994)
  • Long Division (1995)
  • The Curtain Hits the Cast (1996)
  • Secret Name (1999)
  • Things We Lost in the Fire (2001)
  • Trust (2002)
  • The Great Destroyer (2005)
  • Drums and Guns (2007)

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