RECENSIONE: 65DAYSOFSTATIC - WE WERE EXPLODING ANYWAY

Vi racconterò una storia.


Un giorno, Ottobre, tre anni fa: vago senza meta nella rete di internet; vi rimango impigliato, catturato, imprigionato. La
trappola Youtube funziona dannatamente bene, un video aperto che non mi lascia via di scampo. Rimango incollato, occhi e orecchie, a quel piccolo schermo: ricordo solo che ero in cerca di musica.


Avete presente quando volete trovare un gruppo nuovo da ascoltare, da adorare, magari in un periodo di stagnamento sonoro? Bene, io avevo quelle grandiose intenzioni.


Fu allora che scoprii i 65daysofstatic.


L'esca dell'amo era stata "Drove Through Ghosts To Get Here", perla, perlissima di quel "One Time for All Time", loro secondo album del 2005: pianoforte per gradire, batteria e drum machine per soffrire: ritmiche irregolari, picassiane, fuori da ogni tempo, dentro ogni beat possibile e inimmaginabile: l'apologia del Non-Metronomo.


Davvero, un'esperienza che ognuno di voi dovrebbe provare. Il tempo di un click e mi ringrazierete.


Per i più assetati di etichette, il gioco si fa difficile: post-rock? Elettronica? Drum 'n bass? Math-rock? Tribal? Noise?


Tutto. E di più.


I 65daysofstatic sono degli sciamani: non si offendano i miei adorati Massive Attack, quei quattro di Sheffield hanno la musica nel sangue. No davvero, un senso ritmico come il loro è (quasi) impossibile da scovare. I battiti del loro cuore musicale sono in grado di prenderci, di farci scatenare in un'enorme danza tribale, in una ballata mistica dell'anima nostra che si estrania dal corpo per essere stuprata dentro un flusso continuo di corpi caldi che si muovono scossi da istinti primordiali: un misto di dolore e profonda goduria. Poco importa se gli do il nome di pogo, sminuirebbe solo il concetto.


Chiunque sia andato a un loro concerto sa di cosa sto parlando, e vi posso assicurare che un'esperienza del genere vi colpirà nel profondo; se volete un consiglio, gustateveli da un'altra parte, qua in Italia sono fin troppo poco conosciuti e ingiustamente sottovalutati...


...anzi, colgo l'occasione per raccontarvi un breve estratto di un loro concerto qui in Italia (a Roma), a cui ho assistito giusto pochi giorni fa. Vi giuro, poi smetto di raccontare storie e passo alla recensione dell'album.


Era un martedì di Aprile, il 20. Era l'Init Club di Roma. Era bel tempo.


Mio fratello, un mio amico ed io ci addentriamo fiduciosi nel piccolo locale underground, marchio in mano, ricambi in spalla. La sala si riempe, non complemente ma abbastanza; la gente si avvicina sotto il palchetto sopraelevato; inizia il concerto. E la gente non si muove. E la gente non si muove. E la gente non si muove. "Strano" penso io, memore ancora di "quell'orgia" in quel di Berlino. Ma la gente non si muove. "Ok, sarà per via dei nuovi brani che ancora pochi conoscono" dico tra Filippo e Filippo.


Si susseguono le tracce. E la gente non si muove. Ma la gente non si muove. Perchè la gente non si muove?!


Per farvela breve, ho dovuto dare il via io stesso al fomento (non)collettivo. Io, mio fratello, il mio amico e altre dieci persone. Eravano gli unici.


Una reazione del pubblico veramente penosa; sarà per questo che hanno suonato solo per un'ora e un quarto...


Ok l'album, ok "We Were Exploding Anyway".


"Stavamo esplodendo lo stesso", vero quant'è vero che è vero.


Tocca a "Mountainhead" e "Crash Tactics" dare inizio allo spettacolo.


Le percussioni sono la costante, la chiave di volta dell'intero album: non solo batteria, anche drum machine o semplici tom usati separatamente dalla batteria (vedere live per credere).


Ai controtempi delle percussioni rispondono i sintetizzatori con i loro suoni quasi ai limiti della techno, chitarre elettriche e basso. Molto vicini ad Aphex Twin, i beat si fanno sempre più elettronici e veloci , per non dire addirittura acidi. Eccolo il paragone: sembra di stare a bordo di una vettura futuristica che viaggia a velocità indicibili. Non a caso, si sentono gli echi lontani di un sound a-la Orbital e Chemical Brothers.


Quelli di voi che hanno mai giocato a Wipeout 3 (era ps1) possono comprendermi perfettamente.


Ora però va fatta un po' di chiarezza: come possono quattro musicisti suonare tutto quel popò di roba? Semplice, si intercambiano reciprocamente! Il bassista, Gareth Hughes, oltre che suonare il basso, si occupa pure di uno dei due synth, di un tom isolato e, occasionalmente, anche della drum machine; il batterista, Rob Jones, in alcuni pezzi si concentra anche lui su un solo tom, in quella che sembra una vera e propria fustigazione punitoria; il chitarrista, Paul Wolinski, si dedica incessantemente alla chitarra elettrica, al sintetizzatore (lui più di tutti) e a un altro tom, anche questo separato appositamente dalla batteria; l'altro chitarrista, Joe Shrewsbury, passa senza batter ciglio dalla chitarra elettrica alla drum machine (non quella del bassista, la sua personale!).


Segue "Dance Dance Dance", esempio limpidissimo del sound ritmico tipico dei 65dos, anche se per certi versi ridondante: percussioni marziali e inserimenti elettronici dei sintetizzatori, usati principalmente come corridoio ascensionale per la batteria e le chitarre.


"Piano Fights" è il brano più melodico dell'intera opera, e si rivela ben presto anche quello che più di tutti gli altri "sa di già sentito", una sorta di minestrina riscaldata in salsa God is An Astronaut: post-rock docet.


Andando avanti nell'ascolto, veniamo elettrizzati da "Weak4": assalti continui delle percussioni e risposte elettro-rock di chitarre e sintetizzatori. Un botta e risposta di pregevole fattura, soprattutto grazie all'innato senso del ritmo, tipico della band inglese.


Quello che colpisce è, infatti, la loro immensa abilità nel costruire ritmiche complesse che, pur se alle volte ripetitive, coinvolgono quasi sempre l'ascoltatore; d'altraparte, l'avevano già ampiamente dimostrato negli altri album, "One Time for All Time" e "The Fall of Math" su tutti.


Le differenze con gli altri (capo)lavori sono invece riscontrabili nel diverso uso degli strumenti: in "We Were Exploding Anyway", infatti, le chitarre elettriche vengono messe un po' da parte per fare sempre più spazio all'uso della drum machine e dei suoni elettronici; tuttavia, synth e batteria rimangono come filo conduttore con i precedenti album.


Poi, la la sfumatura minimalista: "Come to Me". Ritmi ancora una volta post-rock, filtrati dagli "ormai noti" climax strumentali, ai quali questa volta si aggiunge la voce di Joe Shrewsbury che ripete, come in loop, "Close your eyes". La voce, vera piccola novità dell'album, viene poi progressivamente modificata in maniera artificiale fino a raggiungere gradi e timbriche para-robotiche. Chiude il tutto la preannunciata "sfuriata" post-rockiana sugli accordi delle chitarre, i colpi secchi della batteria e, proprio sul finire, sui tocchi leggeri del synth, qui usato come cassa di risonanza in continuo riverbero.


Con "Go Complex" i toni si rifanno simil techno, questa volta supportati egregiamente dalle chitarre elettriche e dalla batteria. E' sicuramente il pezzo più in linea con i loro precedenti lavori, più simile alle sonorità dei primissimi 65dos.


Piccola parentesi per il nome: poco dopo la formazione del gruppo, la band ha preso ispirazione per il proprio nome da un fatto storico del 1954, precisamente quello che vide il governo americano cacciare via il Presidente del Guatemala Guzmàn, "semplicemente" installando alcuni altoparlanti nascosti sui tetti delle case per simulare il suono dei bombardamenti aerei. I disturbi alle radio si basarono su ricerche fatte dai governi, le quali dimostrarono che semmai una nazione fosse stata privata dell’informazione per un periodo di 65 giorni, le sue infrastrutture sarebbero crollate.


Un po' come a dire che i 65daysofstatic sono in grado di far cadere ogni barriera sonora!


Superata la scialba "Debutante", quasi interamente pervasa da cori angelici (in contraltare al corpo strumentale), sopraggiunge "Tiger Girl", ultima traccia del disco.


In questo caso, il tempo è scandito per la prima metà da un ritmo pseudo-caraibico, fino a liberare una gigante Explosion(s) In The Sky dalle amabili abitudini dopo-rock.


Cosa rimane, dunque, ora? Delusione? Gioia immensa?


Si e no; no e si.


Dipende tutto dal vostro approccio all'album: se non amate per niente i suoni elettronici e siete alla ricerca di un qualcosa di più duro, vi conviene allora dare una chance (ma anche due, tre, quattro...) al loro "One Time for All Time", distante ormai cinque anni.


Ecco, se questo è il vostro primo album dei 65dos, forse la soluzione più giusta sarebbe recuperare i loro "vecchi" dischi e usarli come metro di paragone per quest'ultimo cosi da vedere quale più si avvicina alle vostre preferenze: potreste sempre scoprire, come me, di amarli tutti alla stessa maniera.



Tracklist:

  • Mountainhead
  • Crash Tactics
  • Dance Dance Dance
  • Piano Fights
  • Weak4
  • Come to Me
  • Go Complex
  • Debutante
  • Tiger Girl




Discografia:

  • The Fall of Math (2004)
  • One Time for All Time (2005)
  • The Destruction of Small Ideas (2007)
  • We Were Exploding Anyway (2010)

RECENSIONE: LOW - I COULD LIVE IN HOPE


Certe volte mi viene da piangere quando ascolto musica. Devo dire che poche, pochissime volte mi metto a pensare a qualcosa; ecco, non piango per i ricordi. Non ricamo intrecci tra ciò che ascolto e ciò che nostalgicamente voglio ricordare. I miei brividi non hanno bisogno di forzature, non sono chiamati per nome; nessun appello, no. Spontaneamente, si fanno strada sull’autostrada della mia pelle, sfrecciando a velocità sonica accanto a peli ritti e pori stretti: puntano dritti alla mia testa, vogliono schiavizzarmi per qualche minuto.

Certo, con i Low diventa tutto molto più facile: non ci sono ostacoli (il)logici della mente che possano frenare in alcun modo questa imponente cavalcata sensoriale: le Valchirie mi fanno un baffo. E allora mi capita di alzarmi dal mio letto, andare verso la porta, chiuderla, spegnere la luce e rituffarmi nel letto, lettore mp3 stretto in mano. A questo punto, in questo preciso istante, mi godo il piccolo mondo che ho creato: premere “play” non diventa che l’alba dell’ottavo giorno.

Ora bisogna “solo” descrivere le emozioni (mai parola fu più abusata) che seguono a quel mio sconsiderato-mirabile gesto.

Too many words” servirebbero per parlare, o anche solo avvicinarsi a “Words”, prima traccia dell’album, ma questo è uno sporco lavoro e qualcuno deve pur farlo. Ebbene, le nostre orecchie vengono subito baciate da profondissime linee di basso, ammaliante nella sua triste sacralità. Poi chitarra e batteria: disegnano un cerchio immaginario nel vuoto: la melodia che si rincorre: gli accordi che si susseguono, che s’inseguono, che si ripetono in loop come un rituale mistico. Infine la voce di lui, Alan Sparhawk, che sfonda per sempre le barriere del nostro io. Una litania, la sua, che sarebbe in grado d’ipnotizzarci per giorni e giorni e mesi e anni, se non durasse solo sei minuti; ha anche la straordinaria capacità di portarci indietro di tre anni, nel 1991, a quello Slintiano Spiderland” che ha fatto la storia della musica slow-core.

Perché di questo genere stiamo parlando gente, di quel magnifico ramo dell’alternative-rock da sempre considerato di nicchia, elitario, isolato e isolante: da camera, e solo da camera, per l’appunto. Un genere che ha fatto del minimalismo e dell’introspezione strumentale i suoi punti di forza. Anzi, di debolezza: i ritmi sono stanchi, trascinati, quasi addormentati. Non è la roccia, dunque, non è semplice rock; piuttosto, si può rintracciare qualche contaminazione post-rock di matrice Bark Psychosiana e Codeiniana d’altronde sono tutti figli degli anni ’90…

Ma torniamo ai Low. Che nome il loro! Semplice, veloce, preciso. Un nome può dire tanto, ricordatevelo.

Eravamo arrivati a “Fear”, breve ma intensa sovrapposizione di due voci, quella di Sparhawk e della Parker, cupa, cupissima nel testo. Ecco, altra costante dei Low: i testi: concisi, taglienti, secchi, violenti, decisi, sensoriali; non seguono un filo logico o una storiella, descrivono sensazioni, gesti, paure, attimi, istantanee del linguaggio tattile; parlano di arrendevolezza, apatia, amicizia, di sentieri incompiuti, di errori fatti. Il tutto pervaso, imbevuto d’una vampata di malinconia alcolica, calda, calda, calda, caldissima.

A man in a box wants to burn my soul…” [Words], quant’è vero.

Cut” è del tutto simile a “Words”: questa volta è la chitarra a scandire per prima il grado di desolazione del brano; la voce di Sparhawk si fa qui più profonda, mentre tutto intorno si crea un’aura di amarezza sotto le sonorità liturgiche di basso e batteria. Sul finale il ritmo si fa leggermente più acceso e incalzante, quasi fosse l’ultima danza abbagliante di una candela prima del suo naturale spegnimento: un compleanno proprio da evitare.

Che dire poi di “Slide”, intimo capolavoro vocale di Mimi Parker. Una ninnananna strumentale (chitarra e batteria) apre il sipario del dramma: ed è già tragedia… La voce è carnale, materna, cullante. Verrebbe quasi da custodirla come un oggetto prezioso, un carillon di pregevolissima fattura, ricamato sul ritornello dagli echi lontani di Sparhawk. Ascoltando la Parker, torna alla mente quella maga circe della Elizabeth Fraser (Cocteau Twins), cosi assurdamente metafisica, eterea e reale al tempo stesso.

Più avanti, “Lazy”, apre un lamento funebre. La Sarah del brano è pigra. Pigra, stanca, rallentata, tediata: un’annoiata creatura leopardiana narcisista del proprio essere, chiusa in un mondo che non vuole altro che iniziare e finire con lei. E noi? Come ci emozioniamo? Pensiamo a Joyce e alla sua “gente di Dublino”: in “Araby”, uno dei racconti dello scrittore irlandese, trova spazio una metafora di struggente bellezza e incredibile veridicità: siamo ragazzi innamorati della musica (in realtà di una ragazza ma astraiamo pure il concetto); il nostro corpo è un’arpa; i nostri sentimenti le corde dell’arpa; bene, la musica, la ragazza, i Low sono i suonatori di quell’arpa, i musicisti della nostra carne.

Lullaby” è una lunga ballata dal profilo sognante in cui la Parker diventa la nostra personalissima Morfe(a). Si perdono i confini di tempo e spazio, siamo immersi in un oceano di nero. Ci lasciamo trascinare dalla corrente, distesi come morti su un letto infinito di liquido amniotico: morti prima ancora di nascere. Ma ecco che le chitarre aumentano di ritmo, s’intrecciano fino a creare arabeschi sospesi nel vuoto: ci aggrappiamo a questi grovigli sinfonici e finalmente riusciamo a tornare nel mondo reale. I papaveri di Morfeo appassiscono lentamente…

Superata l’impalpabile (per meriti e difetti) “Sea”, veniamo risucchiati nel vortice di “Down”, abulica melodia che è al contempo dolore e medicina dei nostri mali. Qualcuno ha detto “Medicine Bottle” dei Red House Painters? Si signori, si. Sempre più giù, sempre più in alto.

Iniziamo a intravedere i confini di questo buco nero: le vibrazioni di “Drag” e “Rope” si accavallano senza alcun particolare degno di nota. Non che sia un male eh, il nostro cuore ha già sofferto abbastanza!

Eccoci arrivati all’ultima perla, “Sunshine”, taumaturgico rifacimento della celeberrima “You Are My Sunshine” di Jimmy Davis e Charles Mitchell, datata 1940. Quei raggi di sole ci guariscono definitivamente.

Come un cavaliere medioevale riusciamo a sopravvivere alla battaglia riportando però ferite su ferite. Si dice che le cicatrici fortifichino il corpo e temprino l’animo. Io non credo; credo piuttosto che i tagli e gli squarci subìti ci rendano, invece, sempre più prigionieri di quella torre alta e scura che è la dimora metafisica e realissima dei Low.

In questo caso, i draghi possono anche attendere…


Tracklist:

  • Words
  • Fear
  • Cut
  • Slide
  • Lazy
  • Lullaby
  • Sea
  • Down
  • Drag
  • Rope
  • Sunshine





Discografia:
  • I Could Live in Hope (1994)
  • Long Division (1995)
  • The Curtain Hits the Cast (1996)
  • Secret Name (1999)
  • Things We Lost in the Fire (2001)
  • Trust (2002)
  • The Great Destroyer (2005)
  • Drums and Guns (2007)

RECENSIONE: BALMORHEA - CONSTELLATIONS


Una nota può dire tanto: apre la porta di un universo; un accordo può dire tanto: delinea lo spazio, la dimensione entro cui vogliamo scomparire per sempre, per quel sempre che è la durata del nostro amato CD.

E allora ecco “Constellations”. Ecco una stanza buia, un pavimento impolverato, un soffitto ombroso. Un divano al centro: trasandato, blu scuro, bellissimo. Non mancano le finestre: quasi del tutto abbassate, coperte da qualche grigio tendaggio pieno di tanti piccoli buchi: l’aria che filtra, la pochissima luce che passa.

Tutto si fa rallentato, i nostri sensi si dilatano. Assaporiamo quel buio, lo annusiamo, lo viviamo con gli occhi e con la mente. Diventiamo noi stessi una semplice tonalità di scuro: più scuro: più noir: più intimi: pece nella pece.

Diamo il via alla notte.

I Balmorhea ripartono da qui, dall’oscurità, dal modern-classical. Mettete da parte i vagheggiamenti da ballata folk, sinfonie bucoliche a cielo aperto… dimenticate il verde, la natura.

Il distacco da “All is Wild, all is Silent” si sente. Innanzitutto gli strumenti: il piano su tutti. Chitarra, archi e banjo in caldo accompagnamento prima, si mostrano poi nella seconda traccia e verso la fine dell’opera (d’arte).

La prima traccia, “To the Order of the Night”, è un’ondata di oscurità: il sound è accarezzato, dimesso. Il solo di pianoforte è l’apologia del Romanticismo: essenziale, notturno. Pochi tocchi, poche note. E’ perfetto come inizio; d’altronde si sa: gli occhi devono abituarsi al buio gradualmente.

Bowsprit”: prendono corpo e anima chitarra, banjo, percussioni, violino, viola e violoncello. Eccole là, le stelle che dipingono la notte. Tuttavia è una notte selvaggia, del tutto simile alle sonorità di “AIWAIS”: unico, piccolo, “ponte” con il passato. Ma passiamo avanti. Quello che conta, ora, è il loro dialogo: non articolato, non cervellotico, ma fitto e intrecciato. Prima la chitarra, essenziale e timida nei suoi accordi; segue a breve il violino, poi il banjo (più sicuro e deciso), il crescendo delle percussioni e infine il violoncello e il contrabbasso. Un climax senza alcuna esplosione post-rockiana. Bene cosi.

E’ la volta di “Winter Circle”, tiepida e breve ripresa del primo brano, sempre sulle note del pianoforte.

Come fosse tacita alternanza, ecco che “Herons” ripercorre la scia melodica della chitarra, qui in un malinconico monologo. Ancora una volta, la ritmica ci ammalia per la sua morbida lentezza dilatante.

Siamo cosi giunti alla quinta traccia, l’omonima “Constellations”, anche questa volutamente non incisiva. Ciò che emerge è il carattere fortemente neoclassico della melodia, per la verità tratto distintivo dell’intera opera (d’arte), forse con qualche eccezione. Risulta chiarissimo e di facile lettura, dunque, l’accostamento ai connazionali Rachel’s.

Verrebbe ora da pensare: dov’è la perla? Dov’è la stella più luminosa in questo mare costellato? “Steerage and the Lamp” risponde a queste e a molte altre domande: avvolgente e calda come il corpo nudo di una donna, ci tenta come un’anacronistica Eva del XXI secolo verso l’Eden della nostra perdizione. Bella. Dannata. Struggente. E cosi, vinti da mille emozioni, cadiamo in un sonno eterno che ci consacra definitivamente al buio della stanza in cui eravamo, distesi su quel divano blu scuro. Eccolo qua, il nostro personalissimo inno alla notte.

On the Weight of Night” è il post-rock al servizio dello slow-core. Risuonano nella nostra mente addormentata gli echi dell’organo e della batteria che scandiscono i gradi dei come e dei per quanto della nostra intima commozione. I Low ne andrebbero fieri…

Palestrina” è il primo chiarore dei raggi del sole, l’alba che ci salva dal rimanere per sempre aggrappati al buio, al nero, ai braccioli di quel divano; i riverberi alienanti del violoncello sono l’ultima mela del serpente, l’ultima tentazione per restare isolati nell’oscurità più profonda. Ma è tutto inutile: il silenzio che sopraggiunge alla fine di “Constellations” è più eloquente di qualsiasi parola o nota.

A questo punto riapriamo gli occhi. Ci sentiamo stanchi, riposati, spossati, rinvigoriti, distrutti, rinati. Cosa più importante però, ricordiamo alcuni attimi del nostro sogno, pochi minuscoli fotogrammi del nostro inconscio: siamo sdraiati su un prato, di lato… sentiamo il freddo del vento tra le dita… percepiamo i versi di un gufo lontano… odoriamo il profumo dell’erba sotto di noi… gustiamo il sapore intenso del nero della notte… poi, girando la testa, guardando in alto, finalmente ce ne accorgiamo: un dipinto stellato di rara bellezza.


Tracklist:

  • To the Order of the Night
  • Bowsprit
  • Winter Circle
  • Herons
  • Constellations
  • Steerage and the Lamp
  • Night Squall
  • On the Weight of Night
  • Palestrina






Discografia:

  • Balmorhea (2007)
  • River Arms (2008)
  • All is Wild, All is Silent (2009)
  • Constellations (2010)

CONSIGLI DELLA SETTIMANA

cLOUDDEAD - cLOUDDEAD
Io odio l'hip-hop. Ma questo non lo è, almeno non nei contenuti: "destrutturazione del suono", ecco cos'è. Ogni traccia, divisa in due parti, è un puzzle dai mille contorni, per nulla lineare. Dimenticate il quadrato, il rettangolo: "cLOUDDEAD" è del tutto fuori dagli schemi, lontanissimo da ogni geometria strumentale preconfezionata o studiata ad hoc. E poi il rap, che rap: fraseggi schizoidi, inframezzati da litanie nasali e volutamente "lo-fi". Trasudano malinconia le loro voci; un tappeto (volante) intrecciato di alienazione e senso di "non-appartenenza": adatto in nessun luogo, in nessuna compagnia, in qualsiasi momento.

CALLA - TELEVISE
Finalmente un alternative-rock poco studiato, parecchio sentito: accordi simil "slow-core", ritmiche dilatate e una voce, quella di Valle, splendidamente imperfetta: corde vocali pizzicate con velata tristezza, quasi fosse troppo doloroso esporre la voce al distacco triste e corrosivo dei loro brani: si apre il "walzer" della tensione emotiva. Non mancano vibrazioni psichedeliche e sperimentalismi elettronici che si infrangono su una parete di montagne, echi forse dei lontani-vicini Radiohead. Ecco, i Calla (trio texano) possono essere considerati come gli evolutori del rock formato-canzone, i pensatori (e i realizzatori) di un genere musicale che ha ben poco di "roccioso" e davvero molto di "crepuscolare".

RECENSIONE: CAMEL - MOONMADNESS


Il progressive-rock è una trappola: lo ami quando non vuoi sentire altro, lo odi quando ti accorgi che non conosci altro. Prendetela come una sorta di fase adolescenziale, uno step verso una più ampia concezione e visione della musica; per alcuni lo stesso discorso si potrebbe fare per il metal. Questo perchè si abbandonano le sonorità facilotte del commerciale e se ne abbracciano di più particolari e articolate. Allora inizia la scoperta della musica, la cosiddetta "aurora culturale" del giovane che decide, finalmente, di aprire i propri orizzonti. E si ascoltano i Pink Floyd, i Genesis, gli Emerson Lake & Palmer, la PFM, i Caravan, i Family, il Banco del Mutuo Soccorso, La Locanda delle Fate e cosi via...
Non cito fra questi i King Crimson: erroneamente marchiato a fuoco come una prog-band, il Re Cremisi dev'essere considerato come "l'introspezione musicale", un viaggo attraverso lo spazio alla ricerca di luci e stelle e meteore e pianeti e costellazioni che hanno ridefinito il concetto stesso di sostanza sonora.

Il prog-rock è però anche fango... anzi no, sabbie mobili: ci trascina inesorabilmente verso il basso, verso il centro della terra, progressivamente, facendoci perdere di vista la giungla di meraviglie artistiche che abbiamo intorno e che ancora non abbiamo avuto modo di adorare.

Fondamentale per uscire da queste sabbie mobili è aggrapparsi ai rami di altri generi musicali.

"Moonmadness", fortunatamente, è la giungla e le sabbie mobili insieme: un'esplosione di suoni sempreverdi, sempre freschi, mai buttati là tanto per fare numero.
Un uso massiccio delle tastiere e delle chitarre; una voce leggera, filtrata, ventilata, soffiata; e poi il flauto, le percussioni, il basso: l'eterogenea colorazione di un quadro struggente, delicato, bellissimo.

L'introduzione è affidata ad "Aristillus", prepotente monologo degli organi che spiazza l'ascoltatore per aggressività.
Ma è solo un "Mirage". Il resto dell'album scorre via dolce, incantevole... incantato.

Tocca a "Song within a song", inno al sogno e alla notte. Non a caso l'atmosfera si fa soffusa, "lounge" diremmo, accompagnata dal suono delicato di flauto e tastiere; da metà in poi il ritmo diventa più sostenuto, pur lasciando spazio agl'intimi assoli di tastiera di Bardens.

"Chord Change" è lo specchio inverso della precedente: acceso nel prima parte, il sound evolve trasformandosi in una rallentata sonata simil jazz. Sul finire, il ritmo torna a essere scandito dalla batteria fino a dissolversi lentamente nel nulla.

Viene poi "Spirit of the Water", brevissima ballata d'intermezzo costruita unicamente sulle note del pianoforte e del flauto traverso, filtrata dagli echi di una voce, quella di Latimer, che ci giunge lontana e ovattata.
Straripamenti folk all'aria aperta.

Eccoci arrivati alla parte clou del disco: "Another Night", "Air born", "Lunar Sea".
La prima, decisamente evoluta e fuori dal tempo per composizione, svela un incedere ritmico quasi marziale, seguito da dilatazioni "ambient" delle tastiere e ritornelli per la voce che sottolineano la natura intrinsecamente cupa e lamentosa del brano. Chiude il tutto un buono, anche se scontato, assolo di chitarra di Latimer.

"Air born", chiave di volta dell'intera opera: quella che sorprende è soprattutto la coesione di stumenti e voce, qui plasmati insieme in un tutt'uno di fluente e incantevole melodia. Di notevole impatto l'introduzione favoleggiante del flauto e del pianoforte e la ripresa armoniosa della chitarra. Da qui in poi, la voce: un filo di seta sospeso tra Terra e Luna, un collegamento etereo tra definito e indefinito.
Emozioni al rallentatore.

"Lunar Sea" è l'ultima gemma del forziere.
Sono le tastiere, ancora una volta, a calarci in un'atmosfera da sogno, oltre i margini del mondo, distesi s'un letto spaziale. Dondolati in questo universo, finiamo per essere sopraffatti dall'assolo jazz di Latimer e Ward: un duetto il loro (chitarra e batteria) davvero evocativo.
Dopo quest'immersione stellare, veniamo riportati sulla Terra dalle tastiere, allo stesso modo di come ci avevano condotto fuori dal tempo e dallo spazio.

Finisce "Moonmadness", finisce il prog. Ci troviamo infatti nel 1976, all'alba d'un tramonto che vedrà porre fine per sempre a un ciclo musicale che è stato causa stessa del proprio male. Ma non tutto andrà perduto: molteplici saranno le influenze e i riadattamenti che vedranno risorgere più e più volte il prog-rock, anche se con vesti, nomi e soprattutto risultati diversi.

Il mio consiglio è quello di chiudere a chiave quest'opera d'arte dentro un cassetto, cosi da poterlo riaprire in un momento di dolce-amara nostalgia.


Tracklist:

  • Aristillus
  • Song Within a Song
  • Chord Change
  • Spirit of Water
  • Another Night
  • Air Born
  • Lunar Sea






Discografia:

  • Camel (1973)
  • Mirage (1974)
  • The Snow Goose (1975)
  • Moonmadness (1976)
  • Rain Dances (1977)
  • Breathless (1978)
  • I Can See Your House from Here (1979)
  • Nude (1981)
  • The Single Factor (1982)
  • Stationary Traveller (1984)
  • Dust and Dreams (1991)
  • Harbour of Tears (1996)
  • Rajaz (1999)
  • A Nod and a Wink (2002)