Vi racconterò una storia.
Un giorno, Ottobre, tre anni fa: vago senza meta nella rete di internet; vi rimango impigliato, catturato, imprigionato. La trappola Youtube funziona dannatamente bene, un video aperto che non mi lascia via di scampo. Rimango incollato, occhi e orecchie, a quel piccolo schermo: ricordo solo che ero in cerca di musica.
Avete presente quando volete trovare un gruppo nuovo da ascoltare, da adorare, magari in un periodo di stagnamento sonoro? Bene, io avevo quelle grandiose intenzioni.
Fu allora che scoprii i 65daysofstatic.
L'esca dell'amo era stata "Drove Through Ghosts To Get Here", perla, perlissima di quel "One Time for All Time", loro secondo album del 2005: pianoforte per gradire, batteria e drum machine per soffrire: ritmiche irregolari, picassiane, fuori da ogni tempo, dentro ogni beat possibile e inimmaginabile: l'apologia del Non-Metronomo.
Davvero, un'esperienza che ognuno di voi dovrebbe provare. Il tempo di un click e mi ringrazierete.
Per i più assetati di etichette, il gioco si fa difficile: post-rock? Elettronica? Drum 'n bass? Math-rock? Tribal? Noise?
Tutto. E di più.
I 65daysofstatic sono degli sciamani: non si offendano i miei adorati Massive Attack, quei quattro di Sheffield hanno la musica nel sangue. No davvero, un senso ritmico come il loro è (quasi) impossibile da scovare. I battiti del loro cuore musicale sono in grado di prenderci, di farci scatenare in un'enorme danza tribale, in una ballata mistica dell'anima nostra che si estrania dal corpo per essere stuprata dentro un flusso continuo di corpi caldi che si muovono scossi da istinti primordiali: un misto di dolore e profonda goduria. Poco importa se gli do il nome di pogo, sminuirebbe solo il concetto.
Chiunque sia andato a un loro concerto sa di cosa sto parlando, e vi posso assicurare che un'esperienza del genere vi colpirà nel profondo; se volete un consiglio, gustateveli da un'altra parte, qua in Italia sono fin troppo poco conosciuti e ingiustamente sottovalutati...
...anzi, colgo l'occasione per raccontarvi un breve estratto di un loro concerto qui in Italia (a Roma), a cui ho assistito giusto pochi giorni fa. Vi giuro, poi smetto di raccontare storie e passo alla recensione dell'album.
Era un martedì di Aprile, il 20. Era l'Init Club di Roma. Era bel tempo.
Mio fratello, un mio amico ed io ci addentriamo fiduciosi nel piccolo locale underground, marchio in mano, ricambi in spalla. La sala si riempe, non complemente ma abbastanza; la gente si avvicina sotto il palchetto sopraelevato; inizia il concerto. E la gente non si muove. E la gente non si muove. E la gente non si muove. "Strano" penso io, memore ancora di "quell'orgia" in quel di Berlino. Ma la gente non si muove. "Ok, sarà per via dei nuovi brani che ancora pochi conoscono" dico tra Filippo e Filippo.
Si susseguono le tracce. E la gente non si muove. Ma la gente non si muove. Perchè la gente non si muove?!
Per farvela breve, ho dovuto dare il via io stesso al fomento (non)collettivo. Io, mio fratello, il mio amico e altre dieci persone. Eravano gli unici.
Una reazione del pubblico veramente penosa; sarà per questo che hanno suonato solo per un'ora e un quarto...
Ok l'album, ok "We Were Exploding Anyway".
"Stavamo esplodendo lo stesso", vero quant'è vero che è vero.
Tocca a "Mountainhead" e "Crash Tactics" dare inizio allo spettacolo.
Le percussioni sono la costante, la chiave di volta dell'intero album: non solo batteria, anche drum machine o semplici tom usati separatamente dalla batteria (vedere live per credere).
Ai controtempi delle percussioni rispondono i sintetizzatori con i loro suoni quasi ai limiti della techno, chitarre elettriche e basso. Molto vicini ad Aphex Twin, i beat si fanno sempre più elettronici e veloci , per non dire addirittura acidi. Eccolo il paragone: sembra di stare a bordo di una vettura futuristica che viaggia a velocità indicibili. Non a caso, si sentono gli echi lontani di un sound a-la Orbital e Chemical Brothers.
Quelli di voi che hanno mai giocato a Wipeout 3 (era ps1) possono comprendermi perfettamente.
Ora però va fatta un po' di chiarezza: come possono quattro musicisti suonare tutto quel popò di roba? Semplice, si intercambiano reciprocamente! Il bassista, Gareth Hughes, oltre che suonare il basso, si occupa pure di uno dei due synth, di un tom isolato e, occasionalmente, anche della drum machine; il batterista, Rob Jones, in alcuni pezzi si concentra anche lui su un solo tom, in quella che sembra una vera e propria fustigazione punitoria; il chitarrista, Paul Wolinski, si dedica incessantemente alla chitarra elettrica, al sintetizzatore (lui più di tutti) e a un altro tom, anche questo separato appositamente dalla batteria; l'altro chitarrista, Joe Shrewsbury, passa senza batter ciglio dalla chitarra elettrica alla drum machine (non quella del bassista, la sua personale!).
Segue "Dance Dance Dance", esempio limpidissimo del sound ritmico tipico dei 65dos, anche se per certi versi ridondante: percussioni marziali e inserimenti elettronici dei sintetizzatori, usati principalmente come corridoio ascensionale per la batteria e le chitarre.
"Piano Fights" è il brano più melodico dell'intera opera, e si rivela ben presto anche quello che più di tutti gli altri "sa di già sentito", una sorta di minestrina riscaldata in salsa God is An Astronaut: post-rock docet.
Andando avanti nell'ascolto, veniamo elettrizzati da "Weak4": assalti continui delle percussioni e risposte elettro-rock di chitarre e sintetizzatori. Un botta e risposta di pregevole fattura, soprattutto grazie all'innato senso del ritmo, tipico della band inglese.
Quello che colpisce è, infatti, la loro immensa abilità nel costruire ritmiche complesse che, pur se alle volte ripetitive, coinvolgono quasi sempre l'ascoltatore; d'altraparte, l'avevano già ampiamente dimostrato negli altri album, "One Time for All Time" e "The Fall of Math" su tutti.
Le differenze con gli altri (capo)lavori sono invece riscontrabili nel diverso uso degli strumenti: in "We Were Exploding Anyway", infatti, le chitarre elettriche vengono messe un po' da parte per fare sempre più spazio all'uso della drum machine e dei suoni elettronici; tuttavia, synth e batteria rimangono come filo conduttore con i precedenti album.
Poi, la la sfumatura minimalista: "Come to Me". Ritmi ancora una volta post-rock, filtrati dagli "ormai noti" climax strumentali, ai quali questa volta si aggiunge la voce di Joe Shrewsbury che ripete, come in loop, "Close your eyes". La voce, vera piccola novità dell'album, viene poi progressivamente modificata in maniera artificiale fino a raggiungere gradi e timbriche para-robotiche. Chiude il tutto la preannunciata "sfuriata" post-rockiana sugli accordi delle chitarre, i colpi secchi della batteria e, proprio sul finire, sui tocchi leggeri del synth, qui usato come cassa di risonanza in continuo riverbero.
Con "Go Complex" i toni si rifanno simil techno, questa volta supportati egregiamente dalle chitarre elettriche e dalla batteria. E' sicuramente il pezzo più in linea con i loro precedenti lavori, più simile alle sonorità dei primissimi 65dos.
Piccola parentesi per il nome: poco dopo la formazione del gruppo, la band ha preso ispirazione per il proprio nome da un fatto storico del 1954, precisamente quello che vide il governo americano cacciare via il Presidente del Guatemala Guzmàn, "semplicemente" installando alcuni altoparlanti nascosti sui tetti delle case per simulare il suono dei bombardamenti aerei. I disturbi alle radio si basarono su ricerche fatte dai governi, le quali dimostrarono che semmai una nazione fosse stata privata dell’informazione per un periodo di 65 giorni, le sue infrastrutture sarebbero crollate.
Un po' come a dire che i 65daysofstatic sono in grado di far cadere ogni barriera sonora!
Superata la scialba "Debutante", quasi interamente pervasa da cori angelici (in contraltare al corpo strumentale), sopraggiunge "Tiger Girl", ultima traccia del disco.
In questo caso, il tempo è scandito per la prima metà da un ritmo pseudo-caraibico, fino a liberare una gigante Explosion(s) In The Sky dalle amabili abitudini dopo-rock.
Cosa rimane, dunque, ora? Delusione? Gioia immensa?
Si e no; no e si.
Dipende tutto dal vostro approccio all'album: se non amate per niente i suoni elettronici e siete alla ricerca di un qualcosa di più duro, vi conviene allora dare una chance (ma anche due, tre, quattro...) al loro "One Time for All Time", distante ormai cinque anni.
Ecco, se questo è il vostro primo album dei 65dos, forse la soluzione più giusta sarebbe recuperare i loro "vecchi" dischi e usarli come metro di paragone per quest'ultimo cosi da vedere quale più si avvicina alle vostre preferenze: potreste sempre scoprire, come me, di amarli tutti alla stessa maniera.
Tracklist:
- Mountainhead
- Crash Tactics
- Dance Dance Dance
- Piano Fights
- Weak4
- Come to Me
- Go Complex
- Debutante
- Tiger Girl
Discografia:
- The Fall of Math (2004)
- One Time for All Time (2005)
- The Destruction of Small Ideas (2007)
- We Were Exploding Anyway (2010)

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